Comunicazione efficace: conoscere ed evitare le 12 barriere che la bloccano

COMUNICARE EFFICACEMENTE EVITANDO GLI OSTACOLI

Tutti vorremmo comunicare efficacemente con le altre persone. Per farlo bene, in modo appropriato, è importante accettare e rispettare l’altrui modo di vivere e guardare al mondo.

Ognuno fa esperienza delle cose in modo diverso. Il filtro attraverso cui diamo significato alla realtà esterna sono le rappresentazioni e le credenze che abbiamo interiorizzato da piccoli. Nel modo di comunicare con i nostri genitori. Per tutta la vita cerchiamo conferma a tali credenze interiori. A causa di ciò, è spesso frequente, quando comunichiamo con gli altri, saltare a conclusioni erronee.

Comprendere il funzionamento della comunicazione, ci aiuta a comunicare con gli altri in modo più sano, essendo più ricettivi e comprensivi dei pensieri che sottostanno agli scambi, evitando di saltare a conclusioni che possono interrompere irrimediabilmente i flussi di comunicazione e instaurando, con gli altri, relazioni più efficaci.

COME FUNZIONA LA COMUNICAZIONE? IL MODELLO DEI 4 LIVELLI

La comunicazione umana è un processo volontario e bidirezionale (a doppio senso) che consiste in uno scambio di informazioni di varia natura, che servono a gestire rapporti sociali, attivare relazioni e stimolare comportamenti.

Essa prevede l’interazione di due (o più) soggetti:

  • un mittente (che comunica qualcosa che deve generare e trasmettere)
  • un ricevente (che riceve il messaggio e deve comprenderlo).

L’efficacia della comunicazione dipende dall’essere consapevoli dei quattro livelli basilari della comunicazione.

  1. intento del mittente: “cosa intendiamo dire?” prima ancor di aver aperto bocca (intento pensato);
  2. quello che effettivamente diciamo. Spesso, nel momento in cui apriamo la bocca, possiamo stravolgere il senso del nostro messaggio, dicendo cose che non intendevamo dire;
  3. ciò che l’altra persona sente (che può essere molto diverso da quello che è stato effettivamente detto);
  4. interpretazione del messaggio: “cosa pensiamo che l’altra persona abbia voluto dire”. Chi ascolta può saltare a conclusioni o fare ipotesi su quello che l’altro intendeva dire. Le convinzioni personali giocano un ruolo fondamentale nell’interpretazione del messaggio.

COSA RENDE EFFICACE UNA COMUNICAZIONE: L’ASCOLTO ATTIVO

Quanto efficace sia l’ascolto, dipende da quanto bene si ascolta.

Se non ascoltiamo attivamente, finiremo per ipotizzare il peggio, fraintendendo ciò che ci viene detto.

Risponderemo così, alla nostra percezione della realtà e non alla vera realtà che è rappresentata dalle reali intenzioni della persona.

LE 12 BARRIERE DELLA COMUNICAZIONE DI THOMAS GORDON

Thomas Gordon è stato uno psicologo clinico americano, collega del più celebre Carl Rogers.

Una delle sue eredità più importanti è la lista di cose da non fare quando si comunica.

Sono errori che tutti commettiamo più o meno consapevolmente, e che possono compromettere seriamente i nostri rapporti interpersonali.

Una coppia che commette questi sbagli, quasi sicuramente si lascerà in modo doloroso.

Le barriere sono delle risposte, durante una qualsiasi conversazione, che ci fanno sentire rifiutati, bloccano la fiducia e impediscono che, in futuro, avrai ancora voglia di parlare con quelle persone.

Quando decidiamo di parlare con qualcuno per esprimere una nostra opinione, fare una domanda, esporre un problema o un dubbio, ci aspettiamo accoglienza, ascolto, confronto, dialogo e invece può succedere altro.

 

1. Ordinare, comandare, esigere

“Adesso devi…!”; “Fai subito…!”; “Non voglio più sentire…”; “Tu farai…””

Il comando è pretendere qualcosa, senza preoccuparsi dei bisogni dell’altro. Questo tipo di approccio è disfunzionale e blocca la possibilità di una comunicazione sana.

È uno stile autoritario spesso presente all’interno delle aziende, nel rapporto gerarchico tra un leader e i suoi dipendenti (che lo tollerano ma alla fine tendono a disprezzarlo) o in famiglia tra genitori e figli (che non promuove la responsabilità da parte dei figli).

Una comunicazione di questo tipo è aggressiva e utile solo a compromettere il rapporto.

2. Ammonire, Minacciare

“È molto meglio per te se…, altrimenti…”; “Se non farai così allora…”

Può produrre paura e sottomissione. Suscita risentimento, rabbia, ostilità, ribellione.

Minacciare crea tra i protagonisti della comunicazione, ostilità e chiusura da parte di chi si sente minacciato che cercherà solo di difendersi.

3. Moralizzare, predicare, rimproverare, dire cosa si deve o non si deve fare

“Tu dovresti…”; “Tu non dovresti…”; Dovresti imparare a…; “Dovresti stare più attento a…”; “Se mi avessi ascoltato…”; “Ti ho cresciuto meglio di così!”; “Sei una delusione per me!”; “Dovresti vergognarti!”

È uno stile di comunicazione paternalistico, messo in atto da persone – genitori, nonni, insegnanti – che pensano di avere tutte le risposte, perché hanno fatto tante esperienze o letto molti libri e guardano l’altro dall’alto in basso. Sono soggetti che si credono esperti di vita, ponendosi su un piedistallo morale. Spesso affermano cose del tipo: “sono più vecchio di te. Ho più esperienza!” veicolando il messaggio non detto: “Sono migliore di te”.

Il rimprovero crea un effetto mortificante e fastidioso; mette, chi è rimproverato, nella condizione di non protestare. Crea un obbligo imposto o un giudizio morale.

4. Offrire soluzioni già pronte, consigliare, suggerire

“Al tuo posto farei…”; “Si fa così…”; “Dormici\bevici su…”

Bisognerebbe ricordare che ogni consiglio che possiamo dare, non è mai obiettivo ed è sempre basato sulla nostra personale esperienza. Quando una persona chiede un consiglio significa che da sola non è riuscita a risolvere il problema. Semplificare, è come tagliar corto e non voler sentire.

Molti sono alla ricerca di una guida, di qualcuno che decida al loro posto che dia loro una soluzione già pronta.

Assecondare questa richiesta, impedirebbe alla persona di riflettere sul suo problema, di considerare delle soluzioni e di provare a sperimentarle realmente, creando in lui\lei l’idea che non sono in grado di gestire i problemi. Ciò provoca dipendenza e\o resistenza.

Le persone, invece, devono assumersi la responsabilità di lavorare su sé stesse e prendere decisioni. Noi possiamo solo ascoltare, dando loro il tempo e lo spazio per capire meglio e dare un senso alla propria vita, ma le scelte devono essere le loro.

Dare all’altro  la “nostra” soluzione non aiuterà il rapporto, perché alla fine l’altro si sentirà sminuito e umiliato e inutile.

Se veramente avete una buona idea, cercate di arrivarci insieme.

5. Argomentare, persuadere con argomentazioni logiche, intellettualizzare

“Sì, però.”; “Le variabili oggettive in questo caso sono…”; “Le cose stanno così…”; “Dissento…”; “Non è giusto…”

Comunicazioni di questo genere, sollecitano posizioni difensive e contro-argomentazioni. Possono far sentire inferiore o inadeguato l’altro.

Ci sono 7 miliardi di persone che vivono, apprendono e ritengono informazioni in maniera di versa. Se una persona afferma che il suo modo è normale, non significa che ogni altro modo sia sbagliato.

Una discussione è importante se ci coinvolge emotivamente, altrimenti è una chiacchiera.

Quando si affronta una discussione importante con qualcuno, bisogna fare molta attenzione a non sminuire le sue emozioni riducendo tutto a formule accademiche.

Progredire nella vita significa abbracciare prospettive alternative, guardare a nuove idee e informazioni che possono anche essere molto diverse dalle nostre.

6. Criticare, disapprovare, incolpare, giudicare

Non capisci niente…”; “Sei troppo pigro…”; “Stai perdendo tempo…”; “È colpa tua…”; “Ti sbagli…”

Insinuano una valutazione di incompetenza, inferiorità, stupidità, povertà di intelletto.

C’è chi accetta il giudizio considerandosi sbagliato e chi invece attacca.

Chi siamo noi per giudicare gli altri e le loro intenzioni?

Tutti vogliamo essere capiti e non giudicati per quello che diciamo e per i nostri comportamenti. Spesso le persone ci rispondono in base alle idee che si sono fatte, alle ipotesi che hanno elaborato sulle nostre intenzioni. La stessa cosa che facciamo noi con gli altri: facciamo ipotesi automatiche, giudichiamo, e traiamo conclusioni senza neanche cercare di capire meglio.

Una comunicazione di questo tipo può generare rabbia.

L’ approccio corretto sarebbe chiedere spiegazioni:

“abbiamo avuto questa conversazione. Hai detto questa cosa che ha generato rabbia in me. Mi spiace di aver pensato il peggio. Mi aiuti a capire esattamente cosa intendevi?”.

Purtroppo, rapporti civili di questo tipo, sono rari. Tutti siamo veloci nel giudicare e pensare il peggio, criticare e dare la colpa agli altri. Quando due persone litigano è come se due dita fossero puntate l’uno contro l’altro: uno dice all’altro: “tu hai detto questo…!” e l’altro risponde: “tu hai detto quest’altro…”. Nessuno dei due si assume la responsabilità del ruolo svolto nel processo.

Questo modello di comunicazione è il modo migliore per costruire un muro e interrompere ogni forma di dialogo.

7. Lodare, lusingare, fare complimenti eccessivi

“Sei l’unico al mondo che può aiutarmi…”; “Questa è l’idea più grandiosa che abbia mai sentito…”; “Sei la persona più intelligente che abbia mai conosciuto…”; “Sicuramente ce la farai…”; “ Sei talmente capace e intelligente…”

È il rovescio della medaglia dell’essere critici.

Magari, all’inizio, l’ interlocutore proverà un discreto piacere nel sentirsi dire certe cose. Poi, capirà che si sta tentando di manipolarlo e la fiducia verrà meno.

Questo tipo di conversazione può causare ansia o disappunto soprattutto se la considerazione che la persona ha di sé stesso non coincide con gli apprezzamenti esterni, oppure, si può finire per diventare dipendenti dall’approvazione altrui.

Vale la pena sottolineare che molti elogiano e concordano in modo apatico, senza essere effettivamente coinvolti e senza preoccuparsi davvero di quello che l’altro dice o fa.

8. Stereotipare, etichettare, ridicolizzare

“Sei solo un ragazzino!”; “Sei la classica donna viziata!”; “Sei uno scansafatiche…”; “Femminuccia!”; “Maschiaccio!”.

Si tratta di svalutazioni, etichette che possono avere conseguenze devastanti sull’immagine di sé della persona.

Stereotipare equivale a offendere in modo indiretto. Non dico direttamente all’altro ciò che penso di lui. Gli affibbio un’etichetta e dev’essere lui a capire cosa intendo. In pratica è l’offesa di chi ha paura di offendere e preferisce tenersi vago per poter ritrattare al momento opportuno. In questo caso la comunicazione si blocca perché il messaggio non è chiaro.

Solitamente affibbiamo etichette, in base a come percepiamo gli altri simili a noi. Se tutte le persone ci somigliassero, andremmo d’accordo. Apprezziamo chi ci è simile, e disprezziamo chi non lo è. Rinchiudiamo gli altri in una scatola immaginaria. Chi non è ben radicato in sé stesso – come chi soffre di qualche disturbo emotivo- tende accettare qualunque etichetta gli venga appiccicata addosso.

Assumersi la responsabilità della propria identità e radicarsi nel proprio modo di essere, ci permette di operare al di fuori di qualsiasi etichetta, gli altri tentino di affibbiarci.

9. Interpretare, analizzare, diagnosticare

“In realtà non vuoi dire questo…”; “Sei solo stanco…”; “Sei solo ansioso…”

In questo modo, si manifesta all’altro tutta la propria arroganza. Ci mostriamo più bravi di lui non solo a spiegare le cose, ma anche a entrare in sintonia con i suoi pensieri. Quando interpretiamo quello che viene detto, stiamo comunicando un messaggio molto chiaro: io capisco i tuoi pensieri e tu no!

Chi riceve tali messaggi si sente incompreso; “Scoperto” se l’analisi è corretta o “Accusato ingiustamente”, se l’analisi è sbagliata.

Una diagnosi corretta non può basarsi su ipotesi ma su fatti e non tutti siamo psicologi.

10. Minimizzare, rassicurare, simpatizzare, consolare, incoraggiare

“Non aver paura”; “Su, fatti coraggio”; “Vedrai che si sistema tutto…”; “Non è poi così grave…”; “Non ti preoccupare…”; “Dai! Va tutto bene”

Le emozioni sono soggettive e minimizzare quello che gli altri provano, amplifica il loro dolore. La rassicurazione implica che la persona in crisi, stia esagerando. Può sentirsi sconsolata perché stava solo cercando di essere ascoltato.

Le persone non hanno bisogno di essere consolate o che qualcuno simpatizzi con loro. Hanno bisogno di empatia. Essere rassicurati o consolati non produce empowerment nelle persone, non le aiuta a responsabilizzarsi, ma mantiene il loro ruolo di vittime.

11. Mettere in dubbio, interrogare, indagare

“Sei sicuro che sia andata proprio così?”; “Mi sembra impossibile che si sia comportato in quel modo…””; Perché?”; “Come hai fatto?”

Interrogare l’altro per modificare la realtà che vi sta raccontando, è molto rischioso. Può darsi che uno sfogo non sia molto attendibile ma proprio in quel momento è meglio evitare di contraddire chi sta aprendo il suo cuore, sfogando la rabbia e la frustrazione.

La persona s’impegnerà a rispondere all’interrogatorio, piuttosto che cercare di risolvere il suo problema.

12. Cambiare argomento, evitare, deviare, ignorare

“Ne parliamo un’altra volta…; “Prima ti devo chiedere una cosa…”; “Non ne parliamo più”

Cambiare argomento, interrompendo l’altro e\ o cambiando discorso, è un nostro diritto. Ma dobbiamo essere molto chiari sul perché intendiamo farlo.

L’argomento, ci fa sentire a disagio?

Qualsiasi sia il motivo, è, comunque, un segno di debolezza, insicurezza, immaturità o disinteresse. Non sapremo mai se una cosa è importante per un’altra persona, se non le diamo il tempo e lo spazio per dircelo.

Ovviamente questo scoraggia la persona all’aprirsi di nuovo, quando si trova in difficoltà.

È sempre un atteggiamento che viene percepito come un rifiuto.

 

CONCLUSIONI

Se comunichiamo in uno di questi modi, possiamo innescare, anche inconsapevolmente, dei meccanismi dannosi che rischiano di bloccare la relazione, non portando alcun beneficio.

La gente spesso risponde più alla propria percezione della realtà che alla realtà stessa e se noi comunichiamo in un modo che ricorda loro il proprio passato in cui hanno avuto un’esperienza negativa, questo può rappresentare un problema nel presente.

Essere consapevoli dell’esistenza di queste trappole e come non ci piace che si comunichi \interagisca con noi, ci dà la possibilità di cambiare e diventare altre persone, iniziando ad operare e comunicare in modo più efficace.

Non possiamo controllare come le persone si pongono nei nostri confronti ma possiamo controllare come rispondiamo noi a loro. E, soprattutto possiamo evitare di essere per gli altri quel tipo di persona che non vorremmo per noi.  

“Comunque ci si sforzi, non si può non comunicare. L’attività o l’inattività, le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggio: influenzano gli altri e gli altri, a loro volta, non possono non rispondere a queste comunicazioni e in tal modo comunicano anche loro.”

P. Watzlawick

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